1.3  Lo sviluppo dell’attenzione

Mackworth (1976) evidenzia due tipi di attenzione, la prima dovuta all'esperienza dell'ambiente fisico e sociale e regolata dall'attività dei lobi frontali, e la seconda involontaria regolata dal flusso degli stimoli esterni indipendentemente dall'esperienza.

L'attività dovuta ai lobi frontali è legata al loro sviluppo, che non si completa che verso i sette anni di età.

Il pieno sviluppo dell'attenzione selettiva e volontaria sarebbe quindi possibile a partire da questa età. In realtà è rilevabile un'attività di orientamento volontario nei bambini e una attenzione involontaria nell'adulto (Atkinson e coll.1992).

Durante il primo anno di vita c’è un enorme aumento della densità sinaptica dei gangli della base e della corteccia parietale, cioè del sistema di orientamento cosicchè si sviluppano rapidamente le abilità di fissazione, di disancoraggio da stimoli visivi e di anticipazione.

Quella che matura con lo sviluppo è quindi una sempre maggiore capacità di percezione selettiva delle informazioni utili per una certa prestazione.

I fenomeni fisiologici tipici dell'attenzione (dilatazione pupillare, vasocostrizione periferica, vasodilatazione cerebrale, decelerazione dell'attività muscolare, arresto del ritmo alpha all'EEG con sostituzione di ritmo beta irregolare), sono presenti in quella che viene definita "risposta di orientamento " (Sokolof, 1969): si osservano alla prima presentazione dello stimolo, e si riducono alla successiva ripresentazione (risposta di abituazione).

La risposta di abituazione è più rapida con il crescere dell'età: secondo la teoria di Piaget, ciò può essere legato alla costanza dell'effetto e alla relativa capacità di prevedere gli stimoli acquisita dal bambino.

 Tra i due e i quattro anni si sviluppa l’abilità a controllare le risposte impulsive inibendole e diventa possibile posticipare una gratificazione. Nei bambini in età scolare non si evidenziano particolari differenze nelle capacità attentive, rispetto agli adulti, mentre differenti sarebbero piuttosto le capacità di formulare strategie diverse per la soluzione di un compito, cioè la capacità di cogliere gli elementi principali di una realtà problematica utili.

Sembrerebbe dunque implicato un diverso livello di sviluppo cognitivo, piuttosto che un aspetto legato all'attenzione (vd.fig 1)

 

correlazione età e funzioni esecutive in adhd

Figura 1: Correlazione con l’età delle funzioni esecutive e degli  indicatori attentivi in 9 casi di adhd/ddai

 

Del resto l’attenzione volontaria non è semplicemente di natura biologica, ma è essenzialmente un fenomeno emergente nella dimensione sociale, un prodotto delle attività creata dal bambino durante le sue relazioni con gli adulti e nell’organizzazione di una complessa rete di regolazione e selezione dell’attività mentale.(Vygotskji)

L’attenzione del neonato  non è solamente attratta da stimoli forti e/o nuovi proprio perché il suo mondo non è abitato unicamente da oggetti o eventi, ma principalmente da adulti dai quali la sua vita dipende momento per momento e grazie ai rapporti coi quali porterà a termine il processo di individuazione e di costruzione della fiducia nelle risposte dell’altro e del suo potere di azione nel mondo. Quando la madre nomina un oggetto e lo indica col dito, l’attenzione del bambino è attratta da questo oggetto, incominciando così a resistere agli altri stimoli a dispetto della loro intensità e novità, sino ad annullare anche la loro importanza e priorità vitale (dinamica che permette lo sviluppo di una capacità di programmazione a medio e lungo termine).

La direzione dell’attenzione del bambino, ottenuta con la comunicazione sociale, parole e gesti, segna uno stadio di fondamentale importanza nello sviluppo di questa nuova forma: l’organizzazione sociale dell’attenzione.

Più tardi provocherà la nascita di un tipo di organizzazione dell’attenzione con un struttura più complessa, l’attenzione volontaria.

“Nei primi stadi di sviluppo la funzione psicologica complessa era divisa tra due persone: l’adulto che fa scattare il processo psicologico nominando l’oggetto o indicandolo, il bambino che risponde a questo segnale e coglie l’oggetto nominato sia fissandolo con gli occhi, sia prendendolo con la propria mano. Nello stadio successivo di sviluppo, questo processo socialmente organizzato viene ristrutturato. Lo stesso bambino impara a parlare. Egli può ora nominare gli oggetti da solo e, nominandoli da sé, li distingue dal resto dell’ambiente e vi dirige la propria attenzione.

La funzione che fino a quel momento era eseguita da due persone diventa ora un metodo di organizzazione interna dei processi psicologici. Da un’attenzione esterna, socialmente organizzata, si sviluppa l’attenzione volontaria del bambino, che in questo stadio diventa un processo interno di autoregolazione”. (Vygotskij)

Questa identificazione delle radici sociali delle forme superiori di attenzione volontaria è di importanza decisiva: colma infatti il divario tra forme elementari di attenzione involontaria e le più alte forme di attenzione volontaria, preservandone l’unità e mantenendo un approccio comune, scientifico e deterministico a una forma di attenzione che in passato si poneva nella categoria del “mentale”, in modo che questa più complessa forma di attenzione diventa pienamente accessibile all’analisi scientifica.

Il processo evolutivo che segna la nascita dell’attenzione volontaria è lungo e “drammatico”: il bambino acquista un’attenzione socialmente organizzata stabile ed efficiente poco prima di incominciare la scuola, quando le forme di comportamento selettivo, organizzato con la partecipazione del linguaggio, possono essersi sviluppate in tale estensione da poter cambiare significativamente non solo il corso dei movimenti e delle azioni, ma anche l’organizzazione dei processi sensoriali.